Parrocchia di Poirino




TEMA: Il virus e le galassie - in data: 14/03/2020

Dal Vangelo di Luca
Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi". Egli dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò.

Le braccia aperte del padre della parabola, pronto a ricevere il ritorno di un figlio umiliato e desolato, possono essere rappresentate dalle porte della nostra chiesa, che rimangono aperte pur in una città deserta.
La nostra chiesa è frequentata da secoli. Per le medesime porte, sono passate nei secoli scorsi folle di poirinesi stremati e disperati per la moria della peste. L’eco di quell’angoscia è ancora viva e presente nelle nostre commemorazioni annuali (festa del camposanto, Madonna del Rosario). In questi giorni, per quelle porte entriamo noi, in condizioni meno miserevoli dei nostri concittadini di allora. Abbiamo tanti mezzi in più, dobbiamo riconoscere. Ma, a pensarci bene, non siamo meno precari e vulnerabili.
La scienza tace, il capitale trema, il lavoro è fermo, le scuole sono chiuse, l’economia traballa.
La nostra chiesa è vicina ai negozi alimentari e alle farmacie della città.
Chi ha detto che una pausa di adorazione non sia indispensabile per la nostra mente-corpo-anima, come lo è la spesa per il pane e le verdure? Chi può dimostrare che inginocchiarci per posare un attimo la tristezza, non sia più potente di un farmaco?
Uno degli errori più gravi che abbiamo fatto nel nostro tempo è stato è di aver “speso tutto”, come il figlio della parabola. Aver sperperato un patrimonio di saggezza, aver inseguito l’illusione che bastasse il soldo, la figura, la gratificazione immediata, il consumo, a darci una vita degna.
Ci fa umani invece l’eterno, come reclama la nostra intelligenza, come sperimentiamo nei nostri affetti.
In questi giorni è una scelta di umanità rimanere a casa. Sapere però che la chiesa è aperta, è una consolazione. Se poi, mentre si va fin lì a prendere il pane o a vedere se troviamo l’ultima mascherina, attraversiamo solitari quelle porte, ci troviamo, senza alcuna mediazione, davanti al Santo dei santi. Lui, il cuore vivo del mistero del cosmo, l’universo che ci avvolge senza schiacciarci, da cui proveniamo e di cui siamo fatti, cui appartengono e il virus e le galassie. E, in mezzo, noi impauriti ma anche stupiti (e riconoscenti) di esserci.
Si può pregare certo anche a casa, ma aprire quella porta e alzare lo sguardo al nostro crocifisso ci fare sentire parte di una comunità, di una storia, del cosmo intero.