Il primato dell’eucaristia nella celebrazione cristiana

La crisi della fede è crisi dell’Eucaristia. Si perde la fede smettendo di andare a messa.

L’eucaristia non si può spiegare, ma com’è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano».  1Cor. 2,9. Solo attraverso la mediazione della catechesi e della comunità che sa pregare e celebrare le famiglie possono essere introdotte all’Eucaristia.

Nell’Eucaristia il Signore Gesù è presente in modo reale. Il Signore tocca cioè il presente del cristiano. La vita cristiana, infatti, è un determinato modo di vedere il mondo, di affrontare la vita: “Io non sarei quello che sono, non affronterei la giornata come la affronto se non credessi a ciò che è avvenuto nel passato (in Gesù) e non mi aspettassi un futuro in Dio”.

Cosa mi dice l’ostia? Mi racconta chi è Dio, come si è manifestato, cioè come si è donato, un’esistenza di amore fino all’abbandono. L’eucaristia è celebrata, ma non è il rito che produce l’eucaristia. È attraverso il rito che Cristo, figlio di Dio, si dona,  nell’assoluta libertà di Dio.

Oggi viviamo i tempi della secolarizzazione compiuta, , che è lo stile di vita di chi si comporta, pensa, progetta come se Dio non esistesse. Il vissuto umano della secolarizzazione è la noia. Se Dio non c’è, quale futuro si può attendere, quale speranza si può vivere?  C’è solo l’adesso e il qui

.Paradossalmente, la condizione della noia è la più adatta per incontrare l’Eucaristia, a determinate condizioni.Normalmente si cerca Dio attraverso l’esperienza della sensazione del bisogno: confusamente si cerca Qualcuno che colmi un’angoscia dell’urgenza della necessità. La domanda di Dio che nasce dall’angoscia è però inconsistente (come il seme tra le pietre). Dio non è indifferente al bisogno, non disprezza la domanda di liberazione dall’angoscia. Egli interviene ma anche corregge: “La tua fede ti ha salvato!”, “Cercate il vero cibo, quello che non perisce”.

La vera fede non nasce dal bisogno. Dio ci ha amati liberi al punto da rendere la fede, il riconoscimento di Lui, non necessario. Nulla obbliga a credere in lui: si può sempre sostenere che tutto quello che esiste, c’è per puro caso. La secolarizzazione sostiene  non c‘è bisogno dell’ipotesi Dio per nessuna faccenda umana concreta.

D’altra parte le cose grandi della vita non sono mai dell’ordine del necessario. Necessario è il lavoro ma non necessario è il figlio, l’amico, il partner. Un coppia più avere per esempio più di un figlio e ritrovarsi con un altro in arrivo, che non è per nulla “necessario”. Eppure quando nasce, se è accolto e amato, diventa talmente importante che i genitori non riuscirebbero più a pensare la loro vita senza quel figlio.

Le cose importanti della vita non sono necessarie, sono più che necessarie.   (Sta qui, per esempio, la differenza tra perdere il lavoro e perdere un figlio).

L’angoscia fa avvertire il bisogno di Dio (come necessario); la noia è invece il vissuto psicologico di chi non attende nulla, di chi contesta la necessità di cosa alcuna.

Nella noia, la fede può finalmente apparire per quello che veramente è: il più che necessario dell’esistenza umana, l’irruzione dell’assoluta novità, dell’imprevedibile.

La noia si attraversa e oltrepassa mediante lo stupore che è il risvolto psicologico della contemplazione. Stupore è contemplare l’Eucaristia come amore donato fino all’abbandono, seguendo a passo a passo il racconto dell’ultima cena: percependo quelle parole come impronunciabili, quell’ostia come “inguardabile” (che non può essere contenuto dalla sguardo).

Stupore è la visita eucaristica, l’entrare in chiesa colpiti dall’invisibile presenza.

L’angoscia domanda il miracolo (la risposta alla necessità), chiede l’intervento del sacro.

La noia e l’indifferenza richiedono invece la testimonianza. Qualcuno che porta novità  e stupore.  Non si limita a dire e a spiegare:  indica, introduce, accompagna.

È il metodo di Gesù: “Il Regno di Dio è vicino; credi al vangelo” (Mc 1,14-15). È lo stupore dell’“è bello per noi stare qui!”, dell’entusiasmante emozione della rivelazione dello Spirito a Pentecoste, dello stupore che suscitava la fraternità dei discepoli.

La celebrazione liturgica è questo stupore suscitato dall’invisibile Presente nel rito sacramentale.

Eucaristia, mistero nuziale

L‘Eucaristia è la concentrazione simbolica di ciò che Cristo ha detto e compiuto. È anche l’esperienza totalizzante che racchiude tutto il Cristo. L‘ultima cena è il centro di tutta la sua vita. L‘intero destino del Cristo si concentra e si racchiude nello svolgimento della sua cena. In quella notte Cristo fa convergere i suoi atteggiamenti e le sue decisioni. Questa Cena, infatti, non è un episodio isolato, ma è preparata dall’intera sua vita passata, dal suo atteggiamento di disponibilità, dai suoi pasti consumati con i peccatori. Se nella cena sta con i suoi e si dona totalmente nel pane e nel vino; se si fa loro servo è perché così ha fatto nella sua vita pubblica.

Di tale concentrazione simbolica è consapevole il vangelo di Giovanni che, pur

tralasciando il racconto specifico dell‘istituzione dell‘Eucaristia traccia tuttavia lo svolgimento dell‘ultima cena. Giovanni dedica un intero lungo capitolo (il 6) al “Pane della vita”, e riassume l‘ultima cena nel gesto della lavanda dei piedi degli apostoli. Subito dopo colloca un colloqui intimo e confidenziale con i discepoli che si distende per ben cinque capitoli.

Per essere compreso nella sua intenzionalità profonda il gesto eucaristico del Cristo va letto utilizzando la simbologia nuziale, tipica del linguaggio profetico e anticipato nel miracolo delle nozze di Cana.

  1. L’amore passione

Il mistero nuziale si esprime innanzitutto nell’amore appassionato di Cristo che non solo non evita i suoi nemici che lo vogliono morto ma che cerca risolutamente l’occasione per il suo dono totale. «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22,15). È Gesù stesso che prende l‘iniziativa della preparazione della Pasqua (cf. Lc 22,8). I suoi ultimi giorni sono un crescendo continuo di contrasti con i suoi avversari; Gesù però non si ritrae; anzi, sembra divenire più provocatorio, quasi spregiudicato. È come preso dall‘ansia, dalla fretta. Neppure più si nasconde pur sapendo che Lo stanno cercando per ucciderLo (cf. Gv 11,53-54).  La notte dell‘ultima cena doveva essere la sua notte, quella in cui dava vita ad una nuova e definitiva creazione. Cristo prende l‘iniziativa di celebrare la sua pasqua con i suoi discepoli così come Dio aveva preso l‘iniziativa di creare l‘umanità e di stabilire l‘alleanza nuziale con essa. Nella notte in cui fu tradito, rinnegato e abbandonato, il Signore Gesù si è comportato come lo Sposo bramoso di donarsi e di essere accolto dalla sua sposa. Si fa “mangiare” da lei affinché solo in Lui essa ritrovi vita e capacità di riamare.

In quella notte, quindi, Cristo siede a mensa e si comporta con i suoi apostoli come lo Sposo verso i suoi commensali che Egli stesso ha invitato quale sua “sposa” alla festa nuziale, deciso a comunicarle la propria intimità e la propria vita.

  1. L’amore intimità

Nel suo ultimo gesto e nella sua ultima parola Gesù Cristo dà tutto; nulla tiene per sé, neppure la propria intimità, neppure ciò che ha di più geloso, «il suo essere uguale a Dio» (Gv 5,18; cf. Fil 2,6). Il racconto dell’ultima cena è il momento massimo dell’intimità di Gesù con i discepoli: nelle parole, nei sentimenti, nei gesti, nei simboli.

Con l‘Eucaristia Cristo si dona nella fisicità del pane e del vino alla comunità/sposa. Il Signore Gesù si mette a servizio della sua sposa donandole il proprio corpo di carne per divenire con lei «una sola carne» (Gen 2,24) nel pane dato e mangiato e nel vino offerto e consumato. Nella scena del pasto egli prefigura la sua morte consegnandosi totalmente nel pane che offre e nel calice che fa passare ai suoi. Compie tutto ciò perché vuole stare con loro (“fate questo in memoria di me”) e portarli con sé, farli già ora vivere qualcosa dell‘eternità, dello stare per sempre con Lui e Lui con loro (cf. Gv. 17,24). Cristo vuole che i suoi possano partecipare attraverso di Sé al banchetto eterno. Egli vuole già ora celebrarlo per stabilire la piena intimità tra gli uomini e Dio. Così come il Figlio vive nel e del Padre, così vuole che anch‘essi vivano di e in Lui. Egli vuole dare ai suoi la pienezza di vita che non può non essere che quella della comunione con Dio, pienezza di vita più forte della morte.

  1. L’amore fedele

Gesù ringrazia il Padre per ciò che sta per compiere, per la possibilità che Gli è data di potersi donare interamente al mondo. La sua intenzione era di amare i suoi «sino alla fine» (Gv. 13,1). È un amore fedele, sino all‘estremo delle sue forze e possibilità, esaurendo la misura del suo amore.

Per vivere una vita che la morte non distrugga (la vita eterna), occorre far abitare Dio dentro di sé e cenare con Lui (cf. Ap 3,20). Secondo l’insegnamento di Gesù, Dio ha un solo desiderio: servire gli uomini in eterno durante il banchetto celeste, quando «li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). I soli esclusi dal banchetto saranno coloro che non si lasceranno servire.

L’amore di Gesù è innanzi tutto gratuito, come quello degli sposi (e non solo degli innamorati): l‘unirsi in matrimonio promettendosi fedeltà e reciproco aiuto nella gioia e nel dolore, nella  salute e nella malattia è l‘apice dell‘amore umano. L‘amore implica infatti la dedizione totale di sé. L‘amore richiede il dono come “abbandono”, cioè senza nessuna attesa (né pretesa) di corrispondenza, perché non può mai assumere la forma del “do ut des”. Il dono di sé è affidato totalmente all‘altro. Risiede qui la segreta  profezia del Cantico dei Cantici che dice l‘amore forte come la morte (cfr. Ct 8,6), cioè “invincibile”, incondizionato.

  1. L’amore che rende partecipi

L’amore eucaristico è però anche piene espressione della reciprocità. Cristo che offre il pane e il vino chiede ai suoi commensali l‘accoglienza del suo dono: senza il  loro consenso non c’è Eucaristia. Gesù, infatti, si dà nel pane e nel  vino per farsi totalmente intimo a colui che L‘accoglie e per poter permanere in lui. Colui che accoglie il pane/Cristo Lo accoglie con la totalità di sé: con le mani, con la bocca, con  il cuore e con la fede. È con la totalità che Cristo si dona ed è con la totalità di se stessi che le persone lo accolgono.   L‘Eucaristia parla così lo stesso linguaggio della coppia, della sua dinamica di dono- accoglienza. Emerge qui uno dei paradossi dell’amore, proprio già dell‘Eucaristia: senza gratuità non c’è amore, ma l’amore esige e genera reciprocità. Così chi dona, chiede l‘accoglienza che sola rende effettivo l’atto del donare. In una  relazione d’amore colui che dona è sempre un “mendicante”: mentre dona, chiede che venga accolto il dono per  sentirsi completato come colui che dona. Così chi accoglie il dono completa e realizza il donatore.

Dunque nell’amore, nel matrimonio, nell’Eucaristia, amore e morte paiono esigersi a vicenda.

Come nella Vita Trinitaria il Padre genera il Figlio vivendo uno svuotamento di Sé nel dono di  Sé al Figlio, così non esiste dono tra coniugi se non si accetta di superare anche se stessi. Per amare occorre uscire da sé a favore dell’altro, è necessario “morire” a sé perché  è proprio l’uscita da sé che lascia spazio (fonda, costituisce) all‘altra persona. Infatti  non si diventa consapevoli di sé, riflettendo su di sé ma solo entrando in relazione con un‘altra  persona. L‘amore nuziale non può che nascere da una profonda macerazione di se stessi da parte dei  coniugi; macerazione che sola permette un‘autentica consegna di sé. Come è’ avvenuto nella storia di Gesù narrata dall’ultima cena, come avviene in ogni vicenda d’amore.