I GIOVANI

Che cosa aggiunge all’autenticità umana il messaggio religioso?
La vita vissuta come attesa di Dio cosa porta in più all’impegno per affrontare l’emergenza educativa?

La fede offre una risposta a un’insufficienza umana specifica: la capacità di operare il bene da se stessi.

La fragilità dell’adolescente, la vulnerabilità della sua famiglia, la precarietà della sua condizione, l’emergenza educativa, sono metafore di una miseria ben più diffusa e drammatica: la radicalità del male. La pratica educativa,in famiglia come in oratorio, a scuola come nell’associazionismo, lo documenta ogni giorno: nei bambini, negli adolescenti e negli adulti una genuina disposizione al bene si accompagna a una drammatica propensione al male

L’educazione come “organizzazione della speranza” conosce quanto sia radicale il male, ma ha bisogno di sapere (per non scoraggiarsi) se la disposizione al bene sia più originale della propensione al male, se “ciò che tarda” e appare ogni volta fragile e compromesso, sull’orlo del fallimento, un giorno “avverrà”.

La fede dichiara credibile questa speranza.

La certezza della liberazione del vero, del buono e del bello da ciò che li contraddice, si basa su un fatto centrale della vita di Gesù: il Cristo, l’uomo obbediente che ha sacrificato la vita per i suoi amici (cioè l’umanità tutta).

La liberazione dal male avviene ancora oggi attraverso la forza rigeneratrice di questo Simbolo (il crocefisso risorto), attraverso la Verità delle parole che confermano che quel simbolo non è un mito ma un evento che nel Sacramento si attualizza, e attraverso la comunità che lo vive, lo crede e lo celebra (il cristiano che “si converte e crede” Mc. 1,15).

L’educazione indica la via del bene e organizza la speranza. La Grazia rende affidabile la speranza, in quanto  “capacità straordinaria di rendere l’uomo ordinario capace di fare il bene”.

L’educazione stabilisce le regole, la fede rende capaci di obbedirle.

L’organizzazione della speranza affidata all’educazione può realizzare, in questo modo, un punto d’incontro tra la morale (le buone regole) e la religione (la vita resa buona dalla Grazia).

La nuova situazione culturale non offre più alcun presupposto religioso universalmente riconosciuto o praticato come costume, per entrare nel mistero della vita buona dono di Dio. Esiste oggi una pluralità di proposte di senso e di sacro. Le diverse immagini di Dio sono il segno che la religione si concretizza nella vita e, parimenti, che la mente non è in grado di trovare da sola il volto di Dio. La Trascendenza si rivela ma non si concede all’intelligenza umana.

Nella società secolarizzata, dunque, nulla più obbliga a far intervenire Dio nella gestione delle vicende individuali e collettive, e, quindi, nell’educazione. Ma se si fa riferimento a Lui, non è possibile farlo al di fuori della storia e, quindi, fuori dell’educazione.

La Chiesa non può prescrivere i propri criteri educativi alla società pluralista, può però realizzarli e testimoniarli.

Alcune azioni educative possono essere realizzate in città. Altre sono più adatte a essere proposte dalla o in parrocchia . La differenza degli ambienti è utile a definire le diverse identità di un mondo pluralista. Altre ancora dovrebbero realizzarsi sia in città che in parrocchia, a testimonianza che la trascendenza supera ogni differenza.

Esporsi al mondo è inevitabile e anche doveroso, e la pratica educativa ne è un’occasione privilegiata. Il contenuto della fede, infatti, è manifestato dalla pratica di vita del cristiano, così come il modo concreto con cui si parla di Dio in mezzo alle case di un territorio è dato dallo stile di comunicazione e di portamento evangelico di una parrocchia.

L’emergenza educativa chiede alle diverse agenzie del territorio di coordinarsi e di creare “sinergia”. È una straordinaria occasione per organizzare la speranza e per permettere alle comunità parrocchiali di offrire il loro contributo più specifico: il coraggio.

Il distintivo dell’educazione cristiana si può quindi individuare nella qualità della sua forma, che è il coraggio di puntare in alto.

È la determinazione di non lasciare il “piacere di vivere” della bell’età esclusivamente all’industria dello svago e dello spettacolo ma di cercare in ogni manifestazione la disciplina e la perfezione artistica e morale (cfr. “Il laboratorio dei talenti”). È la volontà di abbandonare il pressapochismo di chi, pensandosi detentore della Trascendenza è tentato di compiacersi della scarsa cura dell’immanenza, contraddicendo così la propria identità.

L’impegno delle comunità parrocchiali nell’emergenza educativa può, così, diventare una figura messianica della Chiesa.

Se la comunità deve imparare dal fico, come dice Gesù, che “quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie” significa che “l’estate è vicina” (Mc. 13,28), allora il tempo profetico  si distingue dai segni di bene e di speranza che germogliano nella tenera età.