L’EVANGELIZZAZIONE

La Chiesa  ha di mira un solo fine: che si realizzi la salvezza dell’intera umanità:

Il Signore è il fine della storia umana, « il punto focale dei desideri della storia e della civiltà », il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni”. (GS 45)

Non ci sono quindi situazioni storiche o condizioni sociali estranee alla Parola di Dio. Il dinamismo missionario che ne scaturisce raccomanda alla parrocchia innanzi tutto la disponibilità alla profezia: la comunicazione pubblica (1), il parlare da cristiani di fronte al mondo, anche in ambiti problematici come l’economia e il lavoro, l’etica della vita e la sessualità, il matrimonio e la famiglia. Il silenzio del laicato nella società e delle parrocchie nel loro territorio non è rimediato dall’abbondanza del magistero del papa e dei vescovi, quasi solo essi fossero la chiesa e l’unico soggetto responsabile della sua missione.

Corrisponde alla logica dell’incarnazione il fatto che la Verità testimoniata non sia attinta, in maniera esoterica, al di fuori della vita, ma attraverso le forme dell’esperienza, quelle comuni a tutti. Diventa necessario, quindi, l’esame, paziente e analitico, dei diversi ambiti della vita quotidiana. Il discernimento cristiano è quindi l’impegno più importante della comunità cristiana; senza questa faticosa e sistematica formazione della coscienza la fede rimane come sospesa nel vuoto ed è lasciata all’emotività soggettiva che rende le comunità chiuse in sé e mute verso il mondo. La parrocchia educa alla profezia se diventa luogo di accoglienza, di condivisione, di crescita, di corresponsabilità riguardo qualsiasi problema:

L’impegno per la giustizia e la trasformazione del mondo è costitutivo dell’evangelizzazione” (DV 100)

Lo stile è sempre quello della presenza concreta e umile.

Il rispetto e l’amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo” (GS 28).

Il motivo sta nel senso della missione della Chiesa che è di natura religiosa, “non legata ad alcuna particolare forma di cultura umana o sistema politico, economico, o sociale” (GS 42). I valori evangelici di vita sono destinati al mondo e agiscono come il lievito nella pasta (Lc. 13,21). In una cultura particolarmente sensibile alle libertà individuali come quella attuale, essi mettono in discussione le contraddizioni del mondo anche solo rivolgendosi  alle libere decisioni delle persone, senza affidarsi al potere delle strutture e delle leggi.

La verifica della fede celebrata non può che essere la vita dei cristiani. L’originalità e la differenza della loro presenza nel mondo dipende da come celebrano i Sacramenti perché l’efficacia pastorale è l’efficacia sacramentale. La comunità che sa celebrare efficacemente non confonderà mai il suo impegno sociale in uno stile di vita genericamente altruista né lascerà che la dimensione spirituale sia evacuata, e il cristianesimo [possa] essere confuso con una qualunque prassi al servizio degli altri.

La parrocchia s’inserirà, invece, nel suo territorio come una comunità vivace nel servizio al mondo, ricca di iniziative, servizi, azioni nelle situazioni di povertà socio-culturale dove maggiormente si avverte l’assenza della struttura pubblica.

Con la sua umile testimonianza e con la determinazione della sua azione concreta, la comunità parrocchiale opera sul territorio, incidendo, democraticamente, sugli stili di vita e sugli orientamenti della società civile. Una chiesa ininfluente nella vita sociale sarebbe una comunità sterile, sale senza sapore, incapace di mettere al servizio i doni (i talenti in Mt 25,20) ricevuti e destinati agli altri.

La fede è sempre sorpresa e, al tempo stesso, scelta di vita. Attivismo e immobilismo, inefficienza e disfattismo nascono dal medesimo errore: l’abbandono del criterio dell’incarnazione e della croce. Come avviene nella fecondità umana, si genera sempre qualcosa di diverso da sé: l’impegno non è all’origine della fede come i figli non sono il prodotto dei loro genitori. La Parola di Dio porta frutto non per potenza di organizzazione ma per contagio relazionale (Gv. 1,35-51).

Per l’azione pastorale sono richieste delle competenze specifiche professionali (saper leggere se lettori, saper comunicare con i bambini se animatori, conoscere la fede cristiana se catechisti…) e ne richiedono altre di ordine umano ed evangelico. Non sono le doti professionali che fanno la differenza: solo la qualità della relazione (gratuità) e la motivazione di fede rimandano alla trascendenza.

La parrocchia che si apre al territorio lo fa come comunità cristiana fatta di laici, sacerdoti e religiosi. L’apertura al mondo incoraggia l’integrazione dei carismi e ministeri a causa dell’unico sacerdozio di Cristo e della grazia battesimale che rende tutti responsabili della missione.