E’ la prima volta che il Papa parla di «prudenza» nell’accogliere i rifugiati, e ancor più i migranti. Non è una correzione di rotta, ma una specificazione importante. La paura forse non è la più nobile delle attitudini; ma non è una colpa. Non va alimentata e usata. Ma non va neppure negata e rimossa. Francesco fa bene ad ammonirci a non chiudere il nostro cuore, come ha ripetuto ieri. Ma in passato è accaduto che le sue parole si prestassero a essere confuse con un incoraggiamento a partire verso l’Italia. Un conto è accogliere e integrare; un altro è incoraggiare un flusso imponente, che alimenta anche traffici criminali. Per questo l’intervento a bordo del volo papale di ritorno dalla Svezia serve a dissipare un possibile equivoco. Anche perché, accanto ai sentimenti dei nuovi arrivati, Bergoglio mostra di tener conto anche di quelli degli italiani.

Rifugiati e migranti — bene ha fatto il Papa a distinguere — non arrivano in un Paese prospero, coeso, sereno. Si affacciano in un’Italia che vive un vero e proprio dopoguerra. La crisi ha lacerato in modo devastante il tessuto industriale e sociale, soprattutto al Nord, soprattutto in provincia. Il terremoto infinito e diffuso del Centro Italia assorbe risorse ed energie della Protezione civile. In queste circostanze, è quasi miracolosa la generosità con cui il Paese — a cominciare dall’avamposto di Lampedusa — ha salvato e accolto centinaia di migliaia di stranieri, nel disinteresse pressoché totale dell’Europa. L’accordo sulla ripartizione delle quote dei migranti è stato vergognosamente disatteso: un atteggiamento ben più grave delle rivolte sporadiche come quella — fuori luogo — di Gorino. Sui media tende a prevalere una visione irenica e spensierata dell’immigrazione, tipica di un’élite per cui gli stranieri sono colf a basso costo e chef di ristoranti etnici. Il primo Papa sudamericano ha un’altra storia, un’altra autorevolezza. A maggior ragione le parole che abbiamo ascoltato ieri sono preziose.
Corriere della sera 10 nov. 2016