La pastorale degli ammalati

Oggi abbiamo molti più strumenti di un tempo per curare la malattia ma possediamo meno la capacità di affiancare e confortare chi vive nel dolore. La qualità umana di una società si misura anche da come si prende cura di coloro che si avvicinano alla morte, da come accompagna che è nel lutto e nella solitudine.

Numerose comunità cristiane si stanno dotando di un nuovo servizio di cura verso chi vive il dolore. Questo servizio è per lo più chiamato “ministero della consolazione”. Si tratta di un’equipe di laici preparati e incaricati di questo ministero di comunione e di consolazione a nome di tutta la comunità cristiana.

Gesù è il primo modello di questa espressione della carità.

Egli stesso è stato consolato dal Padre nei momenti più difficili e dolorosi. Nel tempo delle tentazioni “ecco angeli gli si accostarono e lo servivano” (Mt. 4,11). Nell’ora della prova, sul monte degli Ulivi, “gli apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo” (Lc. 22,43)

La Bibbia non contiene risposte filosofiche al dolore ma propone pratiche di solidarietà. Dio stesso soffre con l’umanità. Egli osserva il male e lo combatte e chiede al credente di associarsi in questa lotta. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido  (…) conosco infatti le sue sofferenze” (Es. 3,7) .

Gesù è la narrazione di questo Dio, che ha “viscere di misericordia).

Il Signore era sempre in mezzo ai malati e quanti lo avvicinavano ne ricavavano ogni volta un beneficio, spesso anche la salute. Mosso dalla vista del dolore, Gesù si turbava, piangeva, soffriva. Incontrando il lebbroso aveva un moto di rivolta interiore, nel vedere quegli uomini segregati.

Si impara quindi dal Signore, dalla frequentazione del Vangelo a solidarizzare con il dolore.

Il ministero della consolazione affianca le persone nel difficile tempo della malattia per accompagnarle con discrezione a ritrovare un nuovo, più profondo significato per la vita.

I Vangeli testimoniano l’efficacia curativa del messaggio di Gesù: della sua presenza, della sua opera e delle sue parole. L’insegnamento sulla guarigione è evidente nel suo atteggiamento nei confronti dei malati e degli emarginati. Gesù non indugia in discussioni sulle origini e sulla natura del dolore, snoda i cavilli che si costruiscono intorno alla sofferenza, mette a nudo le difese, i tradimenti, le curiosità.

La malattia viene invece collegata al manifestarsi delle opere di Dio (Gv 9,2). Gesù accoglie i malati e gli “indemoniati”, li trae fuori dalla loro condizione di disperazione e di passività, provoca il cambiamento del loro atteggiamento nei confronti della vita. Gesù era sempre in mezzo ammalati e ai deboli e nessuno se ne andava senza aver trovato in Lui un sollievo o una liberazione.

Il messaggio delle beatitudini, condizioni per essere cittadini del Regno, apre prospettive straordinarie e assolutamente nuove per vivere da uomini risanati.

Per Cristo la guarigione è conversione, malattia liberata dalla sua angoscia, capacità di accogliere la realtà e di ricominciare ad amare. La guarigione non è solo restaurazione delle forze fisiche, ma è accoglienza di una vitalità (spesso trasmessa per contatto) che ridona senso e gusto alla vita e che apre al totalmente Altro.

Fin dalla prima missione, Cristo associa gli apostoli e i discepoli al suo potere di guarire le malattie (Mt 10,1; Lc 9,1-6). Questa è ancora la sua ultima e definitiva missione prima di lasciarli, dopo la Pasqua (Mc 16,17).

Nella tradizione cristiana (ma non solo) è sempre stata riconosciuta una connessione misteriosa tra la santità della vita e la capacità di guarigione, tra la visione religiosa dell’esistenza e del mondo e le doti terapeutiche (intese come carismi) verso il prossimo sofferente (le sofferenze dell’anima e quelle del corpo).

Che questo legame si vada perdendo per alcuni versi e, per altri, venga stravolto nel suo significato evangelico di segno, per essere lasciato a interpretazioni miracolistiche o salutiste, non è solo indice di secolarizzazione ma costituisce anche un nodo che interroga e sollecita la riflessione della Chiesa. La malattia non è solo una manifestazione fisica, psichica e sociale, ma anche “spirituale” perché svela aspetti della fragilità umana che esulano dal dominio medico.

Le parrocchie sono dunque depositarie di una “valenza terapeutica” e hanno la responsabilità di viverla con le parole e i gesti.

Nell’ascolto e nella vicinanza empatica, la parola guarisce perché sollecita le energie della fiducia, perché conduce verso orizzonti che “stanno oltre”, perché accompagna il malato ad accettare il proprio destino e quindi se stesso, dal momento che in Cristo anche la sofferenza ha senso.

Si tratta di vivere la fede integralmente, una fede che se ha risonanza sulla vita, comporta nuovi comportamenti di vita, una nuova saggezza, un invito ad un cambio di civiltà.

Per questo le opere della carità si pongono sempre e solo come segno, come rimando ad altro: l’annuncio della misericordia di Dio.

Nella visione cristiana della vita, guarire è cominciare a diventare capaci di assumere e sviluppare le concrete possibilità della vocazione umana, anticipando quella pienezza di umanità realizzata in Cristo e offerta a tutti, a motivo del “sangue versato per tutti”.

La disposizione e l’adesione alla fede è uno dei processi più originali e più profondi nella persona. Guarigione autentica è quella che orienta all’equilibrio e all’armonia personale, che libera coraggiose capacità di accoglienza e di dono, che rende capace la volontà di misurarsi, senza fughe, con la realtà, che fa della vita un progetto, che spinge al servizio del prossimo.

La carità riassume tutta la forza della liberazione e della guarigione operata dalla Grazia: è fermento di novità perché “fa nuove tutte le cose”. La sua energia (non cosmica ma spirituale, cioè opera dello Spirito) trasforma anche la storia; la sua azione immanente-trascendente si radica nelle caratteristiche della cultura per liberarle dalla loro inesorabilità e dalla paura e farle evolvere verso i nuovi orizzonti della creazione in costruzione (Rom 8,18ss).

L’accompagnamento spirituale può condurre, effettivamente, a una riscoperta della fede e, anche, a una vera catechesi sulla salvezza operata dalla croce e dalla risurrezione di Cristo.