pastoralegiovanile

La pastorale giovanile della parrocchia  è disegnata sul  testo del Vangelo di Giovanni 6,1- 70.

1. Un’esperienza di sovrabbondanza e di condivisione

C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci.
Gesù prese i pani, li distribuì a quelli che si erano seduti,
e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero“.

Una folla numerosa segue Gesù a causa dei segni straordinari che egli compie sui malati. Il Maestro nel suo insegnamento mai separa le parole dai fatti. Conosce bene quali sono le preoccupazioni della folla: le urgenze del corpo e la liberazione dalla malattia.
I significati e i contenuti del messaggio sono indisgiungibili dal carattere performativo degli eventi (cioè dai significanti). Il primato va riconosciuto all’anima (“Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? Mt. 16,26, cfr. anche 10,28) ma il percorso che giunge all’anima passa attraverso la risposta a bisogni concreti e materiali (cfr. Lc. 16, 10).
La fame della gente è il segno di una domanda più profonda, è metafora del desiderio di vivere in pienezza. Il segno non si esprime solo con le parole, richiede la concretezza materiale. È significativo solo ciò che tocca il corpo. Dio non può essere rappresentato se non attraverso il corpo e la percezione emozionale che percepisce il Mistero.
La decisione che mette in movimento la vita e dà a essa valore e senso è possibile solo per riferimento al corpo.
L’accusa che gli adolescenti rivolgono alle verità di fede e in particolare a (certe) celebrazioni liturgiche non è che esse siano esperienze alienanti ma semplicemente che siano noiose, che non tocchino il corpo (e il cuore) e non diano emozioni. Allo stesso modo, essi smettono di frequentare l’oratorio o i gruppi della parrocchia, quando non “si divertono” più, quando non si sentono più toccati nei loro interessi.
Venire in chiesa e sentire parole alte e sublimi e poi non constatare nulla (nella forma percepibile per un adolescente di oggi) produce un’intima delusione e un movimento di abbandono.
La fede non viene “rinnegata” ma è, per così dire, relegata nell’ambito delle cose “serie” della vita (come la politica, la scuola…). Valori anche importanti ma troppo “lontani”, che non possono reggere il confronto con le cose “urgenti” che prendono, che toccano, qui e adesso quali le amicizie, lo sport, la musica, lo stare insieme, tutto ciò, in definitiva, che per il preadolescente è il “divertimento”. L’età giovanile, oggi poi, si protrarrà per un tempo indeterminato: per le cose “serie” ci sarà ancora e sempre molto tempo. Non bisogna dimenticare la lezione di Loris Malaguzzi quando sosteneva che “nulla può essere appreso senza piacere”. Nell’imposizione e nella soggezione non s’impara. L’educatore deve invece mettersi in sintonia con i bisogni e i desideri del ragazzo, ne deve stimolare la capacità d’analisi e liberare la spontaneità.
Gli adolescenti di oggi vivono in un orizzonte simbolico, cosmopolita e inesauribile d’immagini, musiche e parole. Cresciuti in famiglie ad alta tensione emotiva, tendenzialmente isolate e centrate su un ruolo materno molto coinvolto verso i figli, le nuove generazioni sviluppano un’esperienza emozionale più ricca e tormentata. Il “sentire” ed il “provare” assumono un ruolo sempre più importante come criterio delle scelte operate. I valori possono essere compresi e accettati solo quando diventano intense esperienze emozionali.
L’abbandono della partecipazione ecclesiale da parte dei ragazzi è quindi una conseguenza evidente di un’inadeguatezza (di un errore?) delle comunità parrocchiali nella comunicazione della fede. Il Vangelo si diffuse nel mondo attraverso la potenza delle opere, cioè la testimonianza della qualità della vita: era lo stile di vita delle comunità delle origini che attirava l’attenzione e la simpatia della gente.
I cambiamenti radicali del mondo di oggi condizionano però, in profondità, sia la trasmissione della Verità che la percezione della Bellezza.
Nella società mediatica è cambiato il modo stesso di intendere le parole: comunicare è sempre più trasmettere delle emozioni in un contesto a effetto. La comunicazione riuscita è considerata come uno scambio di vibrazioni. Diventano importanti i linguaggi che producono effetti, che creano atmosfera.

La forza dell’ispirazione religiosa che fa segno al Trascendente non si combina con la mediocrità e la banalità, ma richiede l’ambizione e l’orgoglio della precisione, del lavoro ben fatto, del discernimento, esige il rigore del pensiero e della parola, lo scrupolo della razionalità e del senso critico, valori a cui gli adolescenti sono sensibili, anche quando apparisse il contrario. Richiede anche la qualità della vita spesa nell’amicizia, nell’amore, nel servizio, valori sui quali l’assenso dei giovani è pressoché totale.
L’esperienza di sovrabbondanza di cui il ragazzo del racconto evangelico è mediatore è vissuto come un evento strepitoso non solo per la moltiplicazione del pane, ma più ancora perché il dono condiviso diventa un fatto di condivisione e di fraternità.

2. Una realtà misteriosa cui la sovrabbondanza fa segno

Voi mi cercate non perché avete visto dei segni,
ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.
Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna”.

Dopo il fatto prodigioso dell’abbondanza e della condivisione, Gesù è di nuovo cercato. La gente vorrebbe come “mangiarlo”; lo vuole tutto e sempre per sé, in modo che  l’evento straordinario possa essere ripetuto ogni giorno. Il miracolo la libererebbe così dall’ansia della precarietà e dell’incertezza, e anche dalla fatica del lavoro.
Il bisogno soddisfatto senza fatica però crea dipendenza: è immediato cercare ciò che è facile e rifiutare la strada stretta (Mt. 7,13).
Il desiderio finché riesce, tenta di riprodursi sempre uguale.
Per diventare liberi occorre che ciò che soddisfa nell’immediatezza diventi segno di qualcosa che sta oltre. L’evento da solo non basta. La gratuità è necessaria per aprirsi alla vita ma se non diventa reciprocità, si rivela sterile.
Gesù rimprovera la folla per la loro “dipendenza”: si è saziata ma non ha colto il segno.
È stato Lui a volere l’evento straordinario perché era necessario a dare inizio alla dinamica della crescita, ma occorre non fermarsi lì.
Il pane deve operato come segno: per questo occorre darsi da fare (“Procuratevi non il pane che perisce…)”. Ciò che colma il bisogno diventa segno quando si trasforma in intermediario di una dimensione altra. Bisogno e soddisfacimento immediato si disgiungono, l’evento smette di essere prodigio e diventa vita quotidiana.
Il percorso verso l’età adulta, il lungo cammino dell’autonomia, richiede che le pretese del desiderio subiscano una frattura.
Il cammino educativo è suscitato da un dono gratuito per essere avviato poi alla fatica dell’obbedienza (la forma con cui si realizza la reciprocità nell’educazione. (Cfr. più avanti § 42). La persona prende coscienza di sé attraverso la gratuità con cui è accettato e amato, mediante un evento di grazia.
La gratificazione istantanea del desiderio chiude la persona nel compiacimento di sé, la grazia  invece istituisce un cammino, incalcolabile e imprevedibile, verso orizzonti che stanno ancora e sempre oltre.
L’esuberanza della vita come dono gratuito, ben rappresentato dall’evento straordinario, è “sacramento”: luogo in cui s’incontra il mistero come, in modo analogo, nell’Eucaristia il cristiano riconosce Gesù, rimane in comunione con lui, facendone parte con il tralcio nella vite.
La mediazione dell’educazione trasforma i fatti della vita in segno, ma questi non si compiono senza la decisione della persona.
L’educazione si realizza solo come risposta di libertà, come invito accolto a decidersi a dare un senso alla vita, a passare dalla gratificazione istantanea dell’evento al giudizio etico che riconosce il valore del vivere. L’immanenza fa segno a ciò che è oltre l’etica (la trascendenza), ma richiede una decisione etica.
La sovrabbondanza della vita (cioè la gratuità) di cui il pane moltiplicato è segno, mette in movimento tutto il percorso; ma dove sia il punto d’arrivo la persona non lo sa se non obbedendo ai segni attraverso cui si scopre attratto e orientato alla trascendenza.
I linguaggi più adatti per coltivare l’attesa religiosa oggi, però, non sembrano i concetti astratti e neppure l’impegno e il senso del dovere, ma piuttosto le occasioni d’incontro, di autenticità, di espressione di sé, cioè le esperienze che confermano la persona e lasciano spazio al m(M)istero.
La sfida culturale non consiste più nella capacità di dare motivazioni fondanti per un impegno coerente nella pratica della fede, ma piuttosto nell’offrire stimoli efficaci nel rilancio quotidiano dell’attesa di Dio.

3. Il percorso del riconoscimento

Io sono il pane della vita; Nessuno può venire a me,
se non lo attira il Padre

L’esuberanza del corpo (vera grazia dell’adolescenza) e la festa della bella età fanno segno al Mistero. Solo un libero atto di riconoscimento, che è l’adesione di fede, testimonia però che l’abbondanza della vita viene dal Signore.
In questo caso la vitalità del corpo diventa mediazione del Mistero.
Il Mistero si dà solo attraverso la vita, quindi nella sua sovrabbondanza. Tuttavia non si conosce il Mistero semplicemente dai segni che lo rappresentano, poiché l’invisibile Presenza passa attraverso i segni ma trabocca, deborda in quantità infinita (è “vita eterna”). Il rito religioso, che rende operante la Grazia, attesta che il Mistero non va cercato fuori della storia e che non è destinato alla mente (non è una verità che si pensa) ma alla persona, nella completezza delle sue dimensioni, dei suoi sentimenti e della sua capacità di decisione.
La presenza del Mistero che non è, però, definita dalla percezione del corpo né stabilita dalla ritualità religiosa, anche se non è leggibile senza di essi. Il ben-essere del corpo e la ritualità della celebrazione si realizzano solo nella contemplazione del Mistero che è la preghiera, quando essa è non abitudine esteriore e neppure pura pratica emozionale ma espressione sincera dell’adesione e delle libera risposta.
L’incontro con il Mistero (la fede) è il riconoscimento dell’appello della Trascendenza nella mediazione dell’interiorità emozionale e dei simboli liturgici (immanenza); è l’esperienza di una manifestazione reale del Mistero nella vita personale.
Solo quest’adesione esperienziale “conosce” dunque il significato vero del ben-essere della bell’età e la verità del rito che lo celebra (cfr. la catechesi performativa applicazione n. 7).
Sarebbe riduttivo ritenere che siano i segni a fare conoscere Chi è il Mistero. Nessun segno potrebbe tanto se il Mistero non fosse già Presenza. L’Invisibile Presenza non è l’esito della mediazione (dell’evento emozionale, della sovrabbondanza della vita, della ritualità religiosa) che mai potrebbero produrre un’esperienza di adesione al Mistero.
Non si sperimenta la Trascendenza semplicemente dagli eventi che la indicano, ma è possibile “intravederla” (“rappresentarla”) perché l’evento che ne parla presuppone una Presenza interiore (che si “appresenta”), senza la Quale nessuna trascendenza saprebbe interpellare la coscienza, nessun simbolo potrebbe sussistere come segno. La trascendenza del Mistero, altrimenti, sarebbe tutta già compresa nell’evento umano e si ridurrebbe a semplice fantasia, a un puro modo di dire, a metafora immanente. Che esista una differenza tra il Mistero e i segni che Lo indicano è la condizione originaria della possibilità della fede come dono.
Dio non è un concetto con cui si pensa di poter afferrare il Mistero e il rito non è un modo per impossessarsene ma è piuttosto il luogo e il tempo in cui lasciarsi afferrare dall’Invisibile Presenza che, nella preghiera, si dona ma anche sempre si sottrae.

4. I frammenti avanzati e raccolti

Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”.
Li raccolsero e riempirono dodici canestri
con i pezzi dei cinque pani d’orzo,
avanzati a coloro che avevano mangiato

Il racconto dell’evento straordinario che introduce l’annuncio del Pane di Vita si chiude con la raccomandazione che “nulla vada perduto”. La condizione di frammento non sminuisce la sua disposizione di intermediario della Grazia; la condizione di povertà rende ancor più evidente l’importanza del lavoro educativo.
Le comunità educative (e terapeutica, secondo la mia esperienza) sono il luogo nel quale si raccolgono i “frammenti” (le realizzazioni ancora imperfette) e si conservano con cura perché la vita, pur nella sua ambivalenza e incoerenza, non disperda la sua natura di segno.
La bell’età è anche e sempre l’età imperfetta.
L’educazione il luogo nel quale l’organizzazione della speranza si sviluppa a partire dalle condizioni della vulnerabilità, della fragilità a anche dell’emarginazione. Il percorso di liberazione che essa è in grado incrementare è il segno più evidente che il suo impegno e le sue indicazioni possono aprire un varco verso la trascendenza, dal momento che nessuna situazione è irrecuperabile e senza speranza.